Fare una buona prima impressione è fondamentale in qualsiasi rapporto umano, ma non è tutto.

Il difficile inizia proprio ora, perchè il mantenere una buona impressione,  non sempre è un compito facile. Non è facile neanche riuscire a comunicare tutto ciò che vogliamo trasmettere al nostro pubblico.

Se siamo degli insegnanti e dobbiamo  trasferire le nostre conoscenze tecniche/teoriche ai nostri allievi, possiamo trovare delle difficoltà se non accompagniamo delle immagini alle nostre parole, perchè la sola informazione verbale, se non suscita una qualche emozione, tende ad esser dimenticata subito.

Immaginiamo di essere riusciti a far breccia nel nostro interlocutore, abbiamo in qualche modo suscitato una splendida prima impressione, avvalorata anche da una stretta di mano di tipo paritaria.
Ora entrano in gioco anche le parole, o meglio, entra in gioco anche il paraverbale e il non-verbale.

Conoscere quindi come lavora il linguaggio del corpo, diventa uno strumento indispensabile.

 

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Spesso il verbale è usato per dare informazioni più che per suscitare emozioni; questo è vero in particolar modo per gli insegnanti, oppure per docenti di corsi altamente tecnici, o anche per qualsiasi altro professionista addetto alla divulgazione di determinate conoscenze di tipo informativo.

Che tecniche possiamo usare per non rendere noiosa una comunicazione basata per la maggior parte su contenuti non emozionali?

Come possiamo valorizzare al massimo un contenuto di sola informazione logica?
Un buon docente sa che è importante riuscire a trasmettere specifiche informazioni ai partecipanti, ma allo stesso tempo non può trascurare la possibilità di fargliele ricordare.

 

L’unico grande problema della comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo.
(George Bernard Shaw)

Se il docente sente questa responsabilità, sa che l’informazione che deve dare è carente sul piano emotivo (ricordiamo che si tratta di processi informativi), quindi se vuole ottenere che i suoi insegnamenti vengano mantenuti nella memoria dei partecipanti dovrà usare opportuni metodi.

scuolaAllo stesso modo un formatore, per quanto preciso possa essere, sa che la sua comunicazione subirà delle perdite di contenuto, prima che arrivi al pubblico.

Un vecchio detto nel mondo nelle arti marziali dice: “per quanto tu possa sforzarti, il meglio di te ai tuoi allievi non puoi trasferirlo”, ed è assolutamente vero, io stesso, insegnando arti marziali da più di venti anni, mi sono accorto della veridicità di questo principio.

Voglio fare un altro esempio: quanti di voi hanno avuto almeno una volta la certezza di parlare e di non essere compresi?

È comune a molte persone la consapevolezza che, non sempre, la comunicazione avviene in modo positivo e fruttuoso; a volte può anche capitare che, al contrario di tutte le nostre attese, ciò che abbiamo detto non corrisponde a ciò che abbiamo trasmesso.

Abbiamo già parlato di queste cose in una passata newsletter, se non ti ricordi vai a sbirciare in qualche vecchia email che hai ricevuto.

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Come è possibile che accadano queste perdite di contenuto?

Che metodi possiamo usare per limitarne gli effetti?

Se voglio esprimere il mio pensiero, cioè dire il 100% di quel che so, nel parlare riuscirò a malapena a riferirne il 70%, quindi tra pensiero e parole avrò una perdita del 30%.

In fase di ascolto il nostro interlocutore riuscirà a sentirne il 50%, vuoi per distrazione, vuoi perché il cervello rallenta quando deve fare alcune cose insieme (prendere appunti, ascoltare, sistemarsi meglio sulla sedia, ecc): avremo quindi un ulteriore calo di informazione.

Attenzione, perché questo effetto domino ancora non è finito, abbiamo un’altra fase, quella della comprensione da parte dell’ascoltatore: infatti, il sentire è una cosa e il comprendere è un’altra.

In questa fase è dimostrato che il ricevente capisce solo il 30% di quello che l’emittente dice, e riesce a ricordare solo un misero 10%.

Riassumiamo il tutto:

Pensiero Intendo dire 100 cose (o esprimere il 100%)
Emissione Riesco a dirne circa 70 (almeno solo a parole)
Ascolto L’interlocutore ne ascolta solo il 50%
Comprensione Ne capisce circa un 30%
Ricordo Solo il 10% viene ricordato

 

“So che pensate di capire quello che ho detto, ma non sono sicura che vi rendiate conto che quello che avete sentito non è quello che intendevo”
(Madelyn Burley-Allen)

 

Questi dati ci devono far riflettere, perchè spesso la nostra volontà di dire tutto contrasta con l’evidente incapacità del nostro interlocutore di afferrare ogni dettaglio al cento per cento.

A questo punto, trovare un escamotage a questa situazione risulta fondamentale, per cui vale di più la pena meditare su come rendere congruente il verbale con il non verbale, piuttosto che concentrarsi solo su cosa dire.

Per fare un esempio, quando sentiamo queste parole: “durante la festa saranno distribuiti simpatici gadget”, si presuppone che l’altro abbia chiara in mente l’immagine di cosa sia un gadget: è indiscutibile il fatto che quanto più si rende familiare l’immagine al ricevente, tanto più egli sarà in grado di completare l’informazione con facilità (V. Birkenbhil, 2003).

Nasce allora spontanea la domanda: “Come possiamo fare per ottenere nel nostro/i interlocutore/i una sufficiente ritenuta in memoria?”

La soluzione è ancora una volta nella congruenza tra gli elementi della comunicazione: verbale, paraverbale e non verbale.

Ricorrere a metafore, o meglio ancora a supporti visivi all’interno del discorso, migliora l’attenzione, perché l’uomo è più attratto dalle immagini che dalle parole, ma anche le parole visualizzate attirano l’attenzione, perché sfruttano contemporaneamente due canali sensoriali: il visivo e l’uditivo.

Le metafore, se sapute usare durante un colloquio sono uno strumento potentissimo; circa duemila anni fa c’era un grande comunicatore che riusciva a farsi capire alla perfezione, parlando per parabole.

 

Più elaborati sono i nostri mezzi di comunicazione, meno comunichiamo. J. Priestley Condividi il Tweet

 

Poniamo il caso di dover parlare davanti a molte persone: sarà utile accompagnare il verbale con supporti visivi, infatti ben l’85% di ciò che ricordiamo è legato alle immagini.

Le aziende che si occupano di comunicazione sono talmente consapevoli di questo, che istruiscono i propri venditori all’uso dei depliant contenenti immagini che fungano da supporto al messaggio verbale.
Anche per questa ragione è ormai da trent’anni che le compagnie aeree hanno deciso di modificare le istruzioni per le procedure di emergenza presenti sui velivoli: dove prima c’era un 90% di parole e un 10% di immagini, ora la percentuale è totalmente rovesciata, toccando talvolta punte del 95% di sole immagini (Sansavini, 2000).

Se ci troviamo a comunicare con un amico, è comunque utile accompagnare il verbale con il linguaggio del corpo usando per esempio le mani.

Diversi esperimenti sono stati eseguiti su soggetti ai quali è stato chiesto di parlare impedendo loro di muovere braccia e mani, e è stato dimostrato che il non poter usare gli arti per esprimersi provocava esitazioni, fatica nel trovare le parole giuste e difficoltà nel seguire un filo logico.

Solo sottoponendo i nostri ascoltatori ad una pratica sperimentale e ad esercitazioni durante lezioni noiose o pesanti si riesce a sfiorare il 90% dell’apprendimento e questo è ben noto agli insegnanti scolastici e a noi formatori, infatti è proprio questo il motivo che ci spinge a fare esercitazioni in aula.

Possiamo sempre avere un buon risultato (circa l’80%) se accompagniamo il verbale con una discussione, aprendo la lezione al confronto e alla elaborazione mentale.

Da qui nasce per i formatori, i docenti, i politici, i religiosi in genere, la necessità di coinvolgere, far partecipe l’auditorio per stimolare interesse e l’apprendimento.

 

Ciò che non puoi comunicare rovina la tua vita - Robert Anthony Condividi il Tweet

 

memoriaRisultati più deludenti li abbiamo se accompagniamo le parole solo con supporti visivi, in questi casi possiamo arrivare al 50% del livello di memorizzazione, un po’ poco, ma sempre maggiore del solo linguaggio verbale, il quale è fermo al 20%. Infine, acquisiamo solo il 10% con la lettura passiva, ossia la lettura normale, senza sottolineare o trascrivere a margine (Sansavini, 2000).

Quando ci troviamo nella necessità di comunicare qualcosa, può quindi esserci d’aiuto un supporto visivo, ma quanti supporti abbiamo a nostra disposizione senza rendercene conto, ogni giorno?

Il più importante di tutti siamo… NOI, con la nostra gestualità, il nostro sorriso, la nostra prossemica ecc.

Un secondo supporto lo potremmo prendere in prestito dall’ambiente circostante: arredi, finestre e tutto quello che può essere usato a nostro favore può diventare supporto visivo; al contrario, restando indifferenti all’ambiente in cui ci muoviamo, ci mostreremo solo come un predicatore e il suo fiume di parole isolato dal mondo.

Sia il modo che il contesto influenzano la presentazione delle informazioni.

 

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Tutta la bibliografia riportata in questo articolo la puoi trovare nel mio libro “Comunicare bene, la comunicazione come forma mentis“, dal quale è stato tratto questo post.

Questo libro tratta la comunicazione verbale e non verbale, il linguaggio del corpo e l’ascolto empatico all’interno di una corretta comunicazione.

Partendo dall’approccio iniziale, seguendo passo per passo le dinamiche di un rapporto di comunicazione – che si tratti di rapporti di lavoro o relazioni informali – vengono presentate le principali strategie, proprie della PNL, della Gestalt e dell’Analisi Transazionale, per comunicare nel modo più efficace ed evitare gli errori più comuni, che spesso rendono difficile entrare in sintonia con i nostri interlocutori.

“Non si può non comunicare” nel gioco della vita ed apprendere le tecniche di comunicazione è possibile, al pari di ogni altra capacità, ma per farlo è necessario sviluppare uno specifico atteggiamento mentale. E’ proprio questo approccio che differenzia questo libro dai tanti altri sul tema della comunicazione.